sabato 18 febbraio 2017

Comino - what else?


Comino è quasi uno scoglio.
Beh, decisamente più grande di uno scoglio, con i suoi quasi 3 km di diametro: non voglio definirlo uno scoglione che suona brutto, ma diciamo uno scoglio gigante, uno scoglio geneticamente modificato.




Non mi sento proprio di definirla un'isola, anche se di fatto, ufficialmente, lo è. Credo ci siano dei criteri da soddisfare per potersi fregiare della nomenclatura di "isola". So, ad esempio, che nell'arcipelago delle Maldive contano il numero di palme (e no, lo giuro, adesso non faccio nessuna battuta sul Duomo di Milano).
Qui - boh?
Di palme di sicuro non ce ne sono.
Non ci sono nemmeno altri alberi. C'è solo qualche cespuglietto, qualche arbusto dal verde intenso che sbuca fuori fra il pietrisco color ruggine.
In effetti sono tanti, però. Sarà questo il criterio?


Non lo so. E non so neanche perché io debba sempre perdermi via ad elucubrare riflessioni su queste domande sceme - penso, mentre saltello fra i dirupi a picco di Comino come uno stambecco un po' imbranato.
Poi smetto di pensare.
Perché quello che mi circonda è talmente bello che non me ne importa poi molto se Comino è un'isola, uno scoglio grande o un plesiosauro mummificato.


A Comino non c'è davvero nulla di più di quel che vedi quando la barca attracca: queste rocce ispide, ripide, fatte di avorio arrugginito, o forse un po' bruciacchiato - brulle, con questi ciuffi di arbusti nodosi che si insinuano fuori dalle pieghe, dalle crepe di pietrisco e massi.
E questo mare, questo mare incredibile.
Trasparente, sfumato come una pietra preziosa cangiante - smeraldo, turchese, cobalto, come le piume di un pavone.
Un'acqua che sembra un elisir, che ti invita, che ti attrae, come il canto di una sirena, a tuffarti, ad immergerti, a sentire la sua trasparenza, il suo blu, sulla pelle, a provare l'effetto che deve fare.
Non c'è davvero nulla di più, no.
Ma c'è poi davvero bisogno di qualcos'altro?


Continuo a saltellare fra le rocce ripide.
Vorrei andare lentissima, vorrei anzi fermarmi, per contemplarlo, per lasciarmi ipnotizzare dal colore incredibile di questo mare, adesso che il sole vi splende sopra, che si specchia in esso, che lo bacia, lasciando sull'acqua lapilli dorati, scintille di luce - eppure al tempo stesso ho fretta, ho fame, voglio vedere di più, voglio vedere ancora, voglio vedere tutto, abbracciare tutta l'isola, guardare il blu da tutti i punti di vista, tutti gli angoli.
Come di fronte ad ogni cosa bella, mi prende l'ansia di portarla con me. Di imprimermela negli occhi, di lasciarla viva fra i ricordi, per poterci tornare ogni volta che voglio, ogni volta che ne ho bisogno.
Di farmi insegnare qualcosa, da tutta questa bellezza.
Magari, semplicemente, a riuscire a sentirmi in pace.
Che funzioni, evocandola con gli occhi della mente, come un mantra, come una preghiera, come una formula magica...


Che poi la chiamano la Laguna Blu, ma secondo me è riduttivo.
Non è solo "blu". Non è tinta unita.
Forse l'ha chiamata così un uomo, che vede solo un colore e non le sfumature.
L'ha guardata, e, di fronte a tutto il meraviglioso caleidoscopio di gradazioni che ha, ha detto "Uh, bella. E' blu".
Del resto gli uomini sono solitamente anche più pragmatici di noi donne, e capisco che non si potesse chiamare "Laguna Smeraldo Cobalto Turchese Indaco Pavone Zaffiro" - poi non ci stava scritto sulle cartoline.
Va beh.


Ad un certo punto la roccia ripida digrada verso una caletta bassa e sabbiosa.
La sabbia è fine e morbida, chiarissima. Di fronte ci sono degli scogli scuri e frastagliati che hanno nel ventre delle piccole grotte.
Vicino alla riva ci sono alcune persone che fanno il bagno.
Adesso, a metà febbraio.
Mi avvicino per toccare l'acqua. Per quanto mi invogli è davvero gelida.
Un bambino con indosso una muta da surf entra in punta di piedi gettando gridolini sofferenti.
Preferisco accontentarmi di guardarlo, questo mare magnifico, stavolta.


Il lato positivo è che, adesso, riusciamo ad essere ancora in relativa intimità, io e la meravigliosa Laguna Cobalto Pavone.
D'estate, dicono, è letteralmente invasa, da veri e propri eserciti di turisti - tanto che, a farci il bagno, sembra di essere ad una lezioni di acquagym all'ora di punta.
E dire che un tempo Comino era stata rifugio di eremiti e di monaci guerrieri.
Per un certo periodo l'hanno anche usata come quarantena per gli ammalati di peste. Che forse era una cosa un po' crudele, voglio dire, già hai la peste e ti abbandonano su uno scoglio gigante senza ombra che sembra di stare in coda sulla Salerno - Reggio Calabria senza aria condizionata - però vedi come cambiano i tempi?
Oggi c'è chi sborsa migliaia di euro per andare a stare su un'isola deserta senza ombra. Magari senza peste, ecco, però se su Donna Moderna scrivessero che la peste fa andare via le rughe temo che ci sarebbe anche chi andrebbe ad acquistarne il bacillo su Internet.


Ma la devo smettere di perdermi in elucubrazioni sceme.
E' quasi il tramonto ed è ora di partire, di lasciare Comino e la sua Laguna Smeraldo Turchese.
E me ne dispiace.
Però, mentre siedo sulla barca, con la faccia scaldata dal sole e sferzata dall'aria fredda, con il sole che si abbassa, si imporpora e trasforma il cobalto con qualche pennellata d'ocra, lo zaffiro con un'infusione di arancio, penso che sono felice.


E mentre gli U2 cantano "You / you see the beauty I have inside of me" (il nostro barcaiolo ha degli ottimi gusti musicali), penso che la bellezza della vita in fondo sia proprio questo: che non importa quanti viaggi hai fatto, quante cose hai visto, quanti pezzi di mondo hai esplorato, riuscirai sempre a trovare qualcosa di nuovo, qualcosa che ti saprà sorprendere, qualcosa che magari è molto diverso da tutto quello che di solito ti sa far innamorare.
Ma ti innamorerai lo stesso.
Ancora e ancora.
...e di che altro c'è bisogno?

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